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Nelle leggende, il Fato ha la strana tendenza
di causare un grosso male,
per poi cucirci sopra una pezza, così da fare ammenda.
Eroi infamati,
sacerdotesse e ninfe brutalizzate;
dopo la morte divengono parte del firmamento,
oppure mutano in piante che in natura sono un portento.
Come se gli dèi volessero riparare
ai traumi mortali di quando erano in vita.
Ma, benché tale svolta possa essere una pillola meglio digerita,
assomiglia al tenere lindo il marmo di una tomba
mentre all’interno il cadavere si decompone.
Che senso ha dovere morire e solo dopo ottenere un favore?
In special modo se il rancore per l’ingiustizia terrena
segna il trapassato, legandolo alla propria catena?
Fu questa anche la sorte della giovane Nüwa,
dell’imperatore Yan figlia.
Affogata in mare, cordonata dalle sue vesti,
come una perla acerba racchiusa in una pesante conchiglia.
La bellezza infiammante del sole sull’acqua,
creante l’illusione di un pavimento traslucido,
fu la sola testimone della prematura dipartita,
e nemmeno un briciolo di splendore perse per quella vita sconfitta.
Nüwa sprofondò all’interno di quel capolavoro naturale,
simile a una macchiolina impercettibile nel mezzo di un’opera monumentale.
Assalita dal panico nella lotta precedente la morte,
graffiando l’acqua per ricavarsi l’illusione della sopravvivenza,
Nüwa vide il volto peggiore
della distesa marina luminosa, da poeti spesso decantata,
che in profondità invece era scura, cavernosa e orrendamente salata.
Dopo che con le sue ultime urla altri sorsi ebbe ingoiato
e i polmoni riempito al limite,
la lotta abbandonò il suo corpo,
il suo cuore cessò il pulsare rapido.
Nüwa sprofondò nella gola abissale,
le sue vesti fluttuanti divennero l’abito del suo solitario funerale
e una pietra sul fondo il sito del suo eterno ricovero tombale.
Ma prima che il suo corpo potesse toccarne la superficie scivolosa,
dal sole, prima indifferente, scaturì una luce che raggiunse il suo corpo inerme,
e da essa, un calore sublime sgorgò a sfregare le membra ferme,
come quando davanti al fuoco, il gelo di fuori ci si scrolla di dosso.
Nüwa risorse da quel grembo divino
e saettò verso l’uscita dall’umido sito.
Brecciò l’acqua con un grido
che subito esacerbò in uno strido.
Ali e piume rivestirono i suoi arti,
in luogo delle previe vesti, ormai scarti;
gusci della vita mortale,
disertati da Nüwa, lasciati a memento dell’evasa sorte inanimale.
Sì impennò in cielo nella sua nuova forma ibridata
di ragazza e uccello,
dagli dèi partorita, dopo che loro stessi alla morte la avevano sentenziata.
Nüwa non era più: era rinata Jingwei,
l’uccello divino,
carica di rabbia e rancore verso il mare che le aveva tolto,
prima di ridarle un’aliena versione di Lei.
Rabbiosa con il suo nuovo genitore crudele,
Jingwei, da millenni, porta avanti una vendetta furente;
instancabile, legna e graniglia trasporta dalla montagna orientale
al di sopra del detestato mare,
poi lascia cadere il suo carico nel blu fiabesco,
giù, giù, fino a raggiungere il suo vero aspetto “ghoulesco”.
Così che altri abbiano un appoggio e non debbano più perire,
se ingoiati da quelle fauci assassine.